Moda,  Psicologia

Psicologia della moda e Black Lives Matter: review di una riflessione personale

Giorni fa, la psicologa della moda inglese SHAKAILA FORBES-BELL ha pubblicato sul suo blog un interessante saggio, in cui ha esposto il suo pensiero rispetto alla risonanza del movimento Black Lives Matter.

Sono rimasta colpita dalla lettura del testo dal titolo: “Essay: The relationship between Fashion Psychology and Black Lives Matter” e ho ritenuto fosse essenziale condividere con voi il contenuto del suo messaggio.

L’autrice è una donna di colore che racconta la sua prospettiva, in maniera diretta e alquanto personale, rispetto il Black Lives Matter, che ultimamente si è reso protagonista di una delle più grandi proteste globali.

Come sappiamo la morte di George Floyd ha avuto un forte eco nella comunità mondiale e come ogni evento ciò si è rispecchiato nel contesto quotidiano e ha messo in discussione nelle scelte (attive e passive) compiute finora.

L’autrice esprimendo la sua prospettiva scrive inizialmente:

Il 25 maggio 2020, George Floyd è stato aggiunto alla lunga e straziante lista di nomi di neri assassinati a causa del colore della loro pelle. Si possono vedere questi nomi sui telegiornali e sugli hashtag dei social media, eppure, per molti neri come me, questi nomi si leggono come le storie che ci sono state raccontate crescendo – la storia della nostra infinita sofferenza. Dire che i neri vivono nella paura non è un’iperbole. Quando le persone che hanno il compito di proteggervi, uccidervi vi credono nemici – come potete non avere paura?

E ancora:

Nel tentativo di minimizzare l’impatto del razzismo istituzionale sulle forze di polizia globali, ho visto alcune persone citare uno degli studi più controversi della psicologia – l’esperimento della prigione di Stanford. Nello studio condotto da Philip George Zimbardo, i partecipanti sono stati collocati in un ambiente simile a quello della prigione e hanno ricevuto delle uniformi che conferivano loro il ruolo di prigionieri o di guardie. In soli 6 giorni, questi uomini apparentemente normali hanno abusato del loro potere come guardie e lo studio si è trasformato in una lezione che, se data la possibilità e se messa nella giusta situazione, chiunque può essere corrotto. Se solo fosse così semplice.

Forbes-Bell, ribadisce l’effetto del pregiudizio sull’essere umano, che viene indottrinato ad avere questo tipo di prospettiva. La sistematica educazione sembra confermare che la quantità di pigmento della melanina sulla pelle decreti il posto che andremo ad occupare nella società: più è scuro l’incarnato più è la repressione di possibilità di emancipazione.

E la moda cosa c’entra?

Per quanto riguarda la moda, la stessa industria (per lo meno una grande fetta) ha perpetrato a lungo uno “sbiancamento” dell’individuo, puntando le sue strategie di marketing su nicchie limitate e ben definite.

Non solo. I suoi poli amministrativi appaiono ancora molto lontani dal concetto di eterogeneità dei suoi lavoratori, specialmente nei gradini più alti. Questa assenza è una delle tante forme di corruzione del sistema socioeconomico culturale, che ha confermato l’idea rigida che determinati gruppi di individui non contino.

Il pregiudizio è tuttora feroce e l’autrice approfondisce l’analisi di un evento, che nel 2012 sconvolse l’America e la comunità nera: l’omicidio del giovanissimo Trayvon Martin. Forbes-Belle cita il commento di Geraldo Rivera: “Penso che la felpa con il cappuccio sia responsabile della morte di Trayvon Martin tanto quanto lo era George Zimmerman“.

Quanto peso aveva avuto nell’immagine del ragazzo quell’abbigliamento e la “razza” (concetto costruito dall’uomo per giustificare diversità inesistenti)? I vestiti ci aiutano a mostrare degli elementi ma azioni così crudeli e disumane non sono certo legate ad essi. Così come Zimbardo ha dimostrato.

Nel 2012, la felpa con cappuccio di Trayvon ha fatto emergere il movimento della Million Hoodie March a New York e nel 2019 quello della campagna 56 Black Men nel Regno Unito di Cephas Williams . L’obiettivo è stato quello di evidenziare il bias sulla scelta di uno stile di abbigliamento, come fosse un elemento discriminatorio per rinforzare uno stereotipo inesistente.

Al riguardo l’autrice dice:

Ironia della sorte, le felpe con cappuccio sono parte integrante del mercato dell’abbigliamento da strada che dal 2017 è stato valutato a 309 miliardi di dollari. L’abbigliamento da strada e la più ampia industria della moda in generale attingono costantemente dalla cultura nera, ma raramente sollevano il talento nero. Come ha sottolineato BOF, Virgil Abloh di Off-White’s Virgil Abloh e Olivier Rousteing di Balmain sono gli unici direttori creativi Black dei principali marchi, e “non ci sono quasi più CEO Black”. Anche lo stesso Abloh si è recentemente trovato sotto tiro, prima per una donazione iniziale di soli 50 dollari al movimento Black Lives Matter (Abloh vale attualmente circa 4 milioni di dollari) e poi per il suo staff, in gran parte bianco – a dimostrazione del fatto che il successo di alcuni neri non è sufficiente a sradicare il problema razziale della moda.


La moda ha un enorme potere e la valenza di un marchio dipende dalla scelta dei suoi valori etici e morali. L’applicazione della psicologia può aiutare a sviluppare maggiore consapevolezza nel settore e quindi nel messaggio che desidera trasmettere.

PARIS, FRANCE – FEBRUARY 28: Erin Wasson, Julia Hengel, Helena Christensen, Olivier Rousteing, Caroline Ribeiro, Esther Canadas and Liya Kebede acknowledge the applause of the public after the Balmain show as part of the Paris Fashion Week Womenswear Fall/Winter 2020/2021 on February 28, 2020 in Paris, France. (Photo by Peter White/Getty Images)

Quale è la soluzione più efficace?

Ovviamente, come anche l’autrice afferma, educare è fondamentale ma il paradosso è che la piattaforma accademica è dominata da poche nuance somatiche. Una letteratura che indaghi davvero la piaga del razzismo ed il suo possibile smantellamento deve includere tutti coloro che vivono gli effetti di questo fenomeno, come vittime designate. L’accademia deve aprire le porte e la ricerca deve creare uno spazio inclusivo, attento ed empatico.

Queste accortezze sono in realtà la chiave per poter arricchire ed avanzare la conoscenza dell’uomo, ma soprattutto del sistema sociale in toto.

Per concludere riporto l’ultimo paragrafo dell’autrice. Direi che il concetto è abbastanza chiaro. È giunto il momento di mettersi in discussione ed evolvere in modo intelligente.

Vorrei poter dire che la paura della polizia e del razzismo istituzionalizzato è l’unica paura che i neri hanno. C’è anche la paura che si debba sempre lavorare 10 volte più duramente dei colleghi bianchi per raggiungere lo stesso livello di successo. La paura che il vostro modo di agire sarà il riflesso della vostra intera razza quando vi ritroverete (ancora una volta) ad essere l’unica persona di colore a scuola o al lavoro. Poi c’è la paura di dover spiegare continuamente la vostra esistenza e perché la vostra vita è importante. È preoccupante sapere che ci sono volute così tante vite da perdere per vedere un vero cambiamento, ma il cambiamento sta arrivando ed è tempo per tutti di salire a bordo.

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